Gelida penombra di un tardo pomeriggio estivo [fuoco che aleggia intorno a te, dentro di te.].
Ti svegli già seduto sul bordo del letto coi piedi che, penzoloni, strusciano il pavimento [lame di vetro ti penetrano dentro ai piedi fino ai tendini. Fitte lancinanti ti straziano la mente, le idee ed il vuoto che le lega assieme, indissolubile come amanti in un amplesso ti].
La maglietta sudata ti gela la schiena ad un breve alito di vento caldo che nasce tra la finestra spalancata e la porta semiaperta della piccola stanza.
Scorgi lentamente, ora che gli occhi si abituano, [mostri e licheni di bosco e sottobosco, giovani elfi e piccoli gremlin che scherzano nella vacuità delle loro vite] gli oggetti ed i mobili che ti circondano. Tutto sembra far parte di un surreale sogno tossico: le tapparelle macinano, come trebbiatrici, la fioca luce che dà musica alla polvere ballerina. La piccola abat-jour diventa una brasiliana che ancheggiando ti mostra due enormi seni pieni di sesso da consumare. Lo scendiletto sotto di te è la bocca dell'inferno e i disegni sono i generali delle tenebre che istruiscono le anime perse per la conquista del mondo [motivi floreali reggono i suoi angoli e geometrie ricollegano tutto all’origine centrale della vita. L’Yggdrasill affonda le radici nel sonno implume dell’aere, te dentro come lunghi arti nella carne del macellato].
Dalle grandi ante dell'armadio escono, cantilenando gessi su lavagne, al ticchettio della tua sveglia, enormi avvoltoi a cucù: le urla strazianti ti perforano i timpani e le orecchie ti fischiano all'infinito in un loop sadico e diabolico; i loro becchi e i loro occhi allucinati ti ricordano con “calore & affetto” la tua infanzia ed una lacrima riga il tuo collo.
Una goccia di sudore si fa largo sul tuo petto riportandoti nella dimensione reale […], scrivendoti nella mente, in un angolo neanche tanto remoto, quanto appena vissuto: dalla tua pelle vengono strappate bianche piume e sai che devi muoverti prima che il tuo sangue ridiventi la tua pelle e ti riporti nella tua cella.
I preparativi sono brevi, come tuo solito. Non ti lavi e infili un paio di pantaloni logori, due scarpe che farebbero schifo ad un topo, prendi quello che devi e ti sputi fuori della tua prigione. Un verde corridoio separa il dentro e il fuori [celle al posto delle porte dei vicini come bocche di un unico, enorme, autofagocitante mostro con lingue di braccia che tentano di afferrarti, di cogliere, di dare; vagano nel vuoto alla ricerca di un appiglio come provenienti da ciechi camaleonti nascosti tra le mura liquide dell’uovo in cui stai vagando].
La città è rossa di tramonto e di se stessa.
Sangue piove fuori dal sole ed un enorme asciugacapelli prova a portare ordine tra le tue idee sudate [la lista della spesa].
Un paio di occhi vacui si posa sulle palme delle tue mani gustando i segni della recente lotta, schifando i resti di ciò che non è più [corpi azzuffati in un amplesso selvaggio e belligerante, armi che scintillano su campi arsi dal sole e tumuli funerari come monumenti di avi imponenti nella memoria].
Davanti ai tuoi vedi l’aria muoversi, immondizia ondeggiare in minuscoli mulinelli di lana, foglie e nulla. I palazzi cominciano a vestirsi di luci d’artificio e i lampioni raddoppiano il rosso del cielo, specchio contro specchio per portare verità nascoste in menti sorde.
Presto, pensi, tra un lampione e l’altro il buio avrà forma di affilati denti pronti a struggere carni innocenti. Il mostro prenderà vita da se stesso come nera fenice di gelo e sangue.
Dal cielo piovono le prime ed ultime ombre alate che parlano alla tua mente [corvi mangiano pipistrelli che mangiano corvi in un continuo lacerare e beccare]. Alzi lo sguardo e vedi la città prendere forma di deserto arido con dieci, cento, mille gole di cemento [sgozzate da mani medicinali e voluttuose, volenti voluti disastri sentimental-gotici in famiglie con bianchi mulini in dorati campi di pop-corn] dalle quali fuoriescono mostri d’ogni forma e specie.
Ombre e persone ti circondano proiettando lunghe e scure ombre di animali mitologici intorno a se stesse, come impossibili ombre di mani di vampiri in vecchi film in bianco e nero. Giovani e vecchi Dèi scrutano se stessi scrutandosi gli uni gli altri, aspri in volto, per non far scemare la loro memoria, per non cedere la propria vita in favore di quella di un altro.
La memoria rimane e con essa la loro forza di impotenti creature partorite da menti bambine.
La memoria rimane e con essa la tua ombra che lunga ti sovrasta in potenza ed importanza.
La memoria rimane e null’altro ha importanza.
Un piccolo essere color pioggia di sabbia sbava camminando davanti a te inseguito da un sosia poco più grande.
Sei lì perso nel nulla
Sei lì cacciatore di mostri
Sei lì con mani di sangue su cuori rubati
Sei lì ansioso di morte
Ansioso di dare la morte
Ansioso di avere la morte
nelle tue mani
per avere la vita
dentro i tuoi
occhi
Il cemento lentamente si fluidifica sino alla scura volta che ti opprime il respiro e tornano dinanzi a te rettangoli e quadrati luminosi su sfondo morente. Le cataratte sono scomparse oppure, alla fine ti sono scese sugli occhi, ancora non riesci a distinguere la realtà materiale da quella mentale.
È l’ultimo giorno.
Poi avrai pace.
***
Sei mesi fa: il tuo corpo disteso in terra in un vicolo sudicio, sanguinante, cosparso di feci di topi e di cani, mezzo roso da insetti e ratti di ogni grandezza. [Una mano] Vermi scivolano sopra e sotto il corpo come morbida e vivente coperta [rimbocca il letto e un bambino dorme cullato da stelle canterine luminose. Nel buio due occhi spiano la sua tranquillità e con amore si accingono al proprio pasto d’amore].
L’anima martoriata da orrendi incantesimi e cupe maledizioni vaga nel corpo alla ricerca dell’uscita tramite cui fuggire se stessa.
La mente, lucida, assiste alla carneficina di sé [tutti vittime e carnefici di noi stessi, vaghiamo in nebbiose acque grigie alla ricerca del vuoto], impotente e rassegnata all’inabilità di ribellarsi. Analizza fatti, compone sinfonie di ragionamenti, scrolla dalla volontà l’inerzia e le dona linfa di morte [Un braccialetto da ospedale].
Sei mesi fa un lampo candido come sorriso di infante è morto dentro di te e tu sopra di lui; di quel lampo rimane solo un tronco mozzo e sterile che affonda le radici nel tuo petto [due bambini seduti ai piedi del grande albero sulla collina giocano, minuscole silhouettes come marionette cinesi]. Da quel lampo la vita, metà di essa, è fuggita verso l’atrio della rinascita ed ivi è rimasta nell’attesa di formare una mela con se stessa.
Sei mesi fa sei morto per la seconda volta: questa è stato il tuo corpo e non solo il tuo spirito a freddarsi e di ciò che eri prima rimane solo una sagoma bianca di gesso su asfalto [Un sorriso]. I tuoi occhi ciechi vedono esseri vestiti di nero che ti girano intorno, ti alzano, ti trasportano via in un sacco nero che tu non vedi e che per te diventa il sipario sul resto del mondo. Vedi, invece, alle loro spalle, ombre nere che contornano occhi di fiamma grossi come pugni, ombre indistinte che si allontanano, si intrecciano, si mescolano, si sovrappongono. Percepisci le vibrazioni delle loro voci senza capire cosa dicano [riti indiani recitati da vecchi bicentenari drogati intorno ad un fuoco di vita]. Alla fine del viaggio ti trovi in un grosso seminterrato, così almeno pensi, sudicio. Continui a muovere a destra e a manca gli occhi che, immobili, restano fissi sul soffitto. Senti persone parlare una lingua che più non comprendi mentre le ombre, flautando, concitatamente ti circolano, ti sovrastano e ti avvolgono come boa sulla preda. Il loro lamento diviene insopportabile e cadi, alla fine, vittima incosciente di te stesso e dei tuoi pensieri.
Vedi mani di lattice frugare le tue membra; odi gocce di latte parlare la lingua straniera di prima [Un grosso elefante vola in circolo sulle teste del triangolo d’uomini che fa capannello al tuo cuore].
Tra le ombre, una, più grossa e quasi palpabile ai tuoi sensi inabili, si fa strada con fare di ape regina, organizzando il lavoro attorno a sé. Senti la tua anima allontanarsi da te. Nei suoi gesti un denso e sanguigno fiume di ordini e disposizioni, nei suoi occhi il gelido ghiaccio che sei coppie d’ali si formano attorno. Un algido vento scorre come sangue tra le pareti delle tue membra nel tempo che il tuo spirito impiega a riprendere possesso del cadavere che ormai sei condannato ad essere.
Sei mesi fa sei morto e risorto a morte nuova.
Sei mesi fa hai ripreso la tua parte d’attore nel ruolo che interpretavi come comparsa su questa terra.
Sei mesi fa le cose sono cambiate e tu, ora, tuo malgrado, sei protagonista della tua vita.